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Recensione: Cose che non voglio dimenticare di Lara Avery

Buongiorno! Vi dirò che tutti i viaggi in treno di aprile un po’ mi mancano. Senza quelli ho decisamente meno tempo per leggere, ma posso farcela. L’ultima vittima è stata ‘Cose che non voglio dimenticare’ di Lara Avery.
cose che non voglio dimenticare cover
Titolo: Cose che non voglio dimenticare
Titolo originale: The memory book
Autore: Lara Avery
Editore: Mondadori
Disponibile in italiano:
Goodreads

“Se stai leggendo queste parole, probabilmente ti stai chiedendo chi sei. Sei me, Samantha Agatha McCoy, in un futuro non troppo lontano. Sto scrivendo queste righe per te. Dicono che la mia memoria non sarà più la stessa, che comincerò a dimenticare le cose. Per questo ti scrivo. Per ricordare.” Samantha aveva in testa un piano ben preciso. Per prima cosa vincere il campionato nazionale di dibattito, poi trasferirsi a New York e diventare un affermato avvocato per i diritti umani. E infine, ovviamente, conquistare Stuart Shah, il ragazzo di cui è pazza.

Tra lei e i suoi progetti però si mette in mezzo la rara malattia genetica di cui è affetta e che poco alla volta – così dicono i medici – le porterà via la memoria e la salute.

Ma tutto si può dire di Sammie tranne che sia una diciassettenne che si abbatte facilmente. A un destino tanto assurdo, infatti, decide di opporsi con tutte le sue forze. E lo fa nell’unico modo che conosce: scrivendo. In un diario assolutamente non convenzionale, indirizzato alla sua futura sé e ribattezzato Libro delle cose che non voglio dimenticare, inizia ad annotare tutti i momenti belli (e meno belli) della sua vita: dal riavvicinamento al suo più vecchio e caro amico ai mille modi che lui si inventa per farla ridere, al primo romanticissimo appuntamento con il suo grande amore. E poi, ancora, dalle persone che le hanno spezzato il cuore e quelle che glielo hanno “aggiustato”. Perché se davvero lei dovrà andarsene presto, almeno lo farà con la consapevolezza di aver prima assaporato tutto ciò che la vita poteva regalarle. Un romanzo tenero e delicato, una storia struggente che non abbandonerà facilmente il lettore, neanche dopo che avrà letto l’ultima pagina e riposto il libro sullo scaffale.

 

Ho preso in mano questo libro perché trovo che abbia una copertina davvero bellissima. Chi mi conosce/legge sa che sono particolarmente sensibile sul discorso copertine e, se una mi prende, non c’è trama che mi possa far desistere. Con questo è stata proprio così, anzi, tanto per cambiare la trama non l’avevo nemmeno letta. Quindi non sapevo bene cosa aspettarmi.
L’idea, la base del libro, comunque, è delineata fin dalle prime pagine.

Samantha, la protagonista, si ritrova all’improvviso a dover fare i conti con una malattia genetica – la Niemann-Pick di tipo C – che le toglierà più o meno velocemente la memoria e la capacità di muoversi autonomamente. Ma Sammie ha già grandi progetti per il suo futuro: vuole andare al college alla New York University, studiare giurisprudenza e entrare nell’ONU.
Oltre ovviamente a fare quello che fanno i ragazzi della sua età: scoprire l’amore.
Ma la malattia si mette in mezzo, accartoccia le certezze e i progetti di Sammie come fossero un foglio di carta e li calpesta. La mette di fronte all’incapacità di gestire appieno la sua vita, di essere padrona delle sue scelte e di seguire i suoi sogni.
Non è mai stata brava ad aprirsi, parla solo nei dibattiti della squadra scolastica. E quindi scrive. Inizia a tenere una specie di diario in cui racconta alla futura sè tutto quello che le sta succedendo e alcuni aneddoti dei suoi primi 17 anni di vita.

Dal diario è evidente l’avanzare della malattia. Quello che è un racconto dettagliato, schematico e coerente all’inizio, perde sempre più la sua perfezione, fino a trasformarsi in frasi sconnesse e senza senso verso la fine del libro, sopratutto durante gli attacchi di perdita di memoria di Samantha.

“Non lo so, mamma. Adesso che sto per diplomarmi, conto di essere più spontanea.”
La mamma ha aperto gli occhi ed è scoppiata a ridere.
Ho aggiunto: “Ho messo la spontaneità in calendario per martedì prossimo”.

I personaggi, protagonisti e non, soprattutto i giovani, sono secondo me molto stereotipati. Nel senso che ognuno rappresenta una figura che possiamo trovare in ogni scuola del mondo e che si porta dietro caratteristiche precise.
La secchiona asociale, quello sensibile che per nasconderlo fuma erba, quello figo e misterioso e via dicendo. Sono figure che non sono propriamente descritte nel dettaglio, ma il loro essere figure ‘di default’ ce li fa sembrare conosciuti e in un certo senso familiari.

Devo ancora effettivamente capire se mi è piaciuto questo libro. Mi spiego meglio. L’ho letto volentieri e lo consiglierei. Ci fa pensare a quello che abbiamo, alle cose che diamo per scontate ogni giorno, ma che potrebbero mancarci da un momento all’altro. Dall’altro non mi ha convinta. Trovo che l’idea di fondo dell’autrice sia molto buona, interessante e ricca di spunti, ma che non sia stata sviluppata al massimo delle sue potenzialità, anzi. Molti argomenti importanti vengono accennati, ma abbandonati senza dettagli. Prima tra tutte la malattia di Samantha, di cui non sappiamo quasi nulla alla fine, così come la sofferenza della protagonista per il fatto di vivere in montagna e quindi fuori dal mondo, l’omosessualità della sua migliore amica, l’incapacità di farsi accettare a scuola all’interno di un gruppo.
L’altra cosa che non mi ha convinta è stata la velocità della conclusione. Nel momento in cui la lettura ti prende ti ritrovi con il finale ’bomba a mano sui sentimenti’ e finisce tutto. Magari sono io che mi aspettavo qualcosa di diverso, ma ci ho trovato troppa Sammie sana che prevedeva di stare male e troppo poca Sammie che vive effettivamente questo gigantesco ostacolo che le piomba nella vita.

Credo che molte volte la gente faccia finta di divertirsi nelle foto in modo che gli altri pensino che si stanno divertendo. Bè, quella non è vista, giusto?
A volte la vita è davvero terribile. A volte ti porta una malattia strana.
Altre volte invece è davvero bella, ma mai in modo semplice.
E quando mi guarderò indietro, saprò che almeno ci ho provato.

In conclusione, quindi, trovo che sia un bel libro, ben scritto e scorrevole ma che purtroppo non mi ha convinta completamente.

E voi l’avete letto? Fatemi sapere che ne pensate 🙂

kiafirma

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