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Recensione: La custode di mia sorella di Nick Cassavetes

Ciao a tutti! Questa settimana ho visto un paio di film ed ero indecisa su quale recensire ma alla fine ho deciso di parlare di un film che ho voluto rivedere dopo tanto tempo: “La custode di mia sorella”. Ma una volta deciso mi sono ritrovata a fissare lo schermo del mio computer a lungo prima di metter giù due righe di senso compiuto. Per fortuna poi mi è venuta l’ispirazione e ho cominciato a picchiettare sulla povera tastiera del computer a ritmo sostenuto (immaginando la Kia e la Mon che mi dicono come sempre di non distruggere i tasti).

L’undicenne Anna Fitzgerald è nata grazie alla fertilizzazione in vitro con le caratteristiche necessarie per poter salvare la sorella maggiore Kate, malata da tempo di leucemia. Oltre ad assistere al calvario della sorella, Anna si è sottoposta a numerose analisi, trasfusioni e iniezioni per salvare Kate. Ma quando la sorella ha bisogno di un rene, Anna però si rifiuta di essere usata. Sente infatti di essere stata messa al mondo al solo scopo di salvare la sorella. Anna così si rivolge ad un avvocato e fa causa ai genitori per avere l’emancipazione medica ed il pieno controllo del proprio corpo.


 

Titolo: La custode di mia sorella
Titolo originale: My sister’s keeper
Regia: Nick Cassavetes
Anno: 2009
Durata: 109 min
IMDB

Il film si concentra sull’ultimo periodo di vita di Kate e noi veniamo accompagnati all’interno della realtà della famiglia attraverso la voci fuori campo dei genitori e dei fratelli che ci raccontano come ciascuno di loro convive con la situazione di Kate. Infatti vi è un continuo alternarsi tra presente e momenti del passato, in cui vediamo il peggioramento di Kate. La cosa che mi piace del film è che la sorella malata non è l’unico nucleo a cui gira la storia, ma il regista vuole farci notare che i genitori hanno sempre “sfruttato” la sorella minore come pezzo di ricambio. Scopriamo quindi che dietro una facciata di serenità familiare, si nascondono molte crepe che stanno distruggendo la famiglia.

This is it. I know I’m going to die now. I suppose I’ve always known that. I just never knew when. And I’m okay with it. Really. I don’t mind my disease killing me. But it’s killing my family, too.

Sebbene Kate abbia già accettato la realtà dei fatti, sua madre non vuole arrendersi, vuole fare il possibile affinché lei possa continuare a vivere. Il suo amore per la figlia la rende cieca a tal punto da non vedere come le sua azioni nei confronti degli altri figli non siano giuste. Kate se ne rende conto e per questo chiede ad Anna di far causa ai genitori, perché vuole far capire che è ora di smettere di lottare, lei infatti vuole trascorrere insieme con la famiglia gli ultimi momenti.

Remember that summer when I went away to camp? And I was so scared that I’d miss you so much guys. Before I got to the bus you told me to take a seat on the left side right next to the window, so I’d be able to look back and see you there. I get the same seat now.

I flashback felici in cui si vede Kate in salute sono accompagnati da canzoni azzeccate che amplificano la drammaticità della storia. Vediamo una giovane Abigail Breslin nei panni di Anna che dimostra grande padronanza del personaggio e un’inaspettata Cameron Diaz che interpreta la madre in maniera molto convincente (nonostante la vediamo soprattutto in commedie, la sua presenza in un film del genere devo dire che non stona).

Se dovessi descrivere il film con una parola sarebbe intenso. Questo perché fin da subito ti mette davanti alla realtà dei fatti. Si apre infatti con la voce di Anna che ci racconta come la sua nascita non sia frutto del caso. Ma oltre al dramma in sé, il modo sapiente in cui il regista racconta le dinamiche familiari, i conflitti interni, le speranze e le paure dei nostri protagonisti è ciò che rende davvero emozionante questo film. La storia viene raccontata in maniera semplice e genuina, senza filtri, in modo che lo spettatore si senta parte della famiglia e partecipi attivamente alle vicissitudini narrate. Infatti questo film ha messo nuovamente a dura prova la mia sfera emotiva perché le lacrime zampillavano dai miei occhi. Diciamo che al regista piace raccontare storie strappalacrime infatti, dopo aver raccontato di un amore ostacolato ne “Le pagine della nostra vita”, ritorna con un film di spessore sulla lotta contro la leucemia (ho pianto così tanto che dovrebbe essere illegale fare film del genere).


Weekly Recap #4

Ultima settimana di esami (ormai ve lo avremo ripetuto milioni di volte) e poi inizierà l’ultimo semestre. È incredibile come questi tre anni di università siano passati in fretta e ogni tanto, pensando a cosa ci riserva il futuro, mi faccio prendere dall’ansia. Non sono mai stata brava a gestire i cambiamenti. Ma non siamo qui per parlare di me, quanto delle innumerevoli serie che vedo (quelle che vi propongo sono solo una piccola parte), quindi iniziamo!

Scorpion 1×16
Dopo quasi tre settimane torna questa serie che, puntata dopo puntata, sto imparando ad amare sempre di più. Le varie missioni in cui vengono coinvolti i protagonisti sono sempre un po’ surreali, ma essendo uno show televisivo direi che se lo possono permettere. Questa volta Walter e gli altri ci portano su una nave da crociera per persone molto facoltose, in cui dovranno localizzare e disattivare dei missili. La missione, ovviamente, è piena di contrattempi e situazioni non previste, oltre che di azioni inaspettate da parte di alcuni personaggi, ma la cosa che mi ha colpita di più è stata l’attenzione dedicata alle relazioni tra i personaggi. Ci mostrano brevi momenti e conversazioni in cui si può notare come i protagonisti stiano imparando a vivere emozioni come amore, affetto, preoccupazione. Li vediamo avere paura di perdere un’amicizia importante, nascondersi per scrivere un biglietto di San Valentino e offrirsi come ostaggio al posto della persona a cui tengono di più. Stanno crescendo tutti e spero continuino su questa scia. Non sono riuscita a trovare il promo della settimana prossima, ma mi aspetto grandi cose.

 

The Fosters 2×15
Puntata relativamente tranquilla, ma adorabile. Callie incontra Robert per un pranzo e cerca di fargli capire di poter essere sua figlia e frequentarlo anche senza essere adottata. Cerca anche di fargli comprendere che essere adottata da lui la separerebbe da Jude, ma il padre non sembra voler accettare la cosa. Jesus si fa dare ripetizioni da Emma e come al solito dimostra di non pensare alle conseguenze delle sue azioni e cerca di baciarla. Alla fine decidono di essere solo amici, ma sono curiosa di vedere come si svilupperà la situazione. Jude e Connor escono con due loro compagne di classe per vedere un film al cinema, dove i due condividono un momento dolcissimo. I momenti a loro dedicati sono fra quelli che aspetto con più ansia perché è la prima volta, in una serie tv, che vedo due ragazzi così giovani affrontare la possibilità di essere gay.
Brandon riprova a suonare il piano dopo aver ricevuto una mail in cui viene invitato a prendere una decisione riguardante il corso estivo che gli è stato proposto. Non so che decisione prenderà, ma spero sia quella di andare al corso e ricominciare a suonare, perché la musica classica è sempre stata molto importante per lui e sarebbe un peccato abbandonarla così.
La scena finale mi ha lasciata a bocca aperta, non mi sarei mai aspettata una richiesta del genere da parte di Ana e sono curiosissima di vedere come risponderanno Stef e Lena. Sembrano essere in arrivo altri problemi per Callie (quando mai insomma) che viene interrogata dalla polizia riguardo un gioco che aveva comprato per la figlia di Daphne. La accuseranno di averla rapita? Temo lo scopriremo solo guardando la puntata, quindi teniamo duro che fra pochi giorni forse avremo le nostre risposte.

 

Eye Candy 1×05
Se c’è una cosa che ormai ho capito di questa serie, è che niente è mai come sembra. La trama si sta allargando e tutto sembra essere un incastro tra persone e avvenimenti. In questa puntata viene inserito il personaggio di Bubonic, un hacker conosciuto sia dalla Cyber Unit che da Lindy. Si capisce che una tragedia avvenuta alla sua ragazza un anno prima a causa della polizia l’ha fatto tornare in città per vendetta, ma questo episodio è stato solo un assaggio di un piano molto più grande. Il killer ossessionato da Lindy si fa vedere poco, ma i suoi pensieri ci vengono rivelati durante tutta la puntata e, devo ammetterlo, mettono un’ansia assurda. Interessante il modo in cui Bubonic decide di attaccare i partecipanti alla festa organizzata da Lindy e Sophia: un gioco, in cui completando determinate sfide si vincono soldi. Mi ha lasciata perplesse il tipo di sfide proposte e la reazione della gente, disposta anche a tagliarsi un dito per soldi, cosa che spero nella realtà non capiti mai.
Tommy e Lindy sono adorabili, ma la loro relazione non è ancora destinata a iniziare, in quanto la ragazza sembra essere concentrate sul bel Jake (la capisco, è difficile scegliere tra i due). Il promo della prossima puntata è assurdo, succedono troppe cose e non so come faranno ad inserire tutto in 40 minuti. È incredibile come sembra essere tutto collegato, dal killer, a Bubonic, alla scomparsa di Sarah. Per una volta, non vedo l’ora che arrivi lunedì per vedere il prossimo episodio.

 

Switched at Birth 4×06
Non so esattamente cosa pensare di questa puntata, come di quelle passate. La storyline non mi piace, anche se mi rendo conto che i produttori la stiano usando per sensibilizzare li spettatori. Mi è piaciuto come abbiano reso il fatto che Bay si senta in gabbia, con tutti che le dicono come dovrebbe sentirsi e cosa dovrebbe pensare e mi è piaciuto soprattutto che lei abbia provato a ribellarsi alla cosa. Tutti sono saltati a conclusioni affrettate e ancora non si sa se le accuse a Tank siano veritiere. Viene aperta un indagine da parte della scuola e la gente inizia a parlare, a farsi un’opinione sulla situazione. Bay è quindi costretta a dire tutto ad Emmett, che ovviamente non la fa spiegare e pensa lei lo abbia tradito e basta. Ho apprezzato che Daphne sia volata fino a Los Angeles per parlargli e cercare di convincerlo a parlare con Bay, ma ho come l’impressione che le cose non andranno bene. Emmett è tornato a casa, ma dal promo della prossima puntata sembra che non riesca ad accettare la situazione. Tank è stato espulso, ma anche qui temo che la situazione non sia conclusa, perché non ci sono prove contro di lui e Bay non ha confermato totalmente la cosa, dicendo solo che sentiva che qualcosa era sbagliato la sera della festa. A giudicare dalle informazioni che sono emerse da questa puntata sembra che Tank non fosse così ubriaco, che anzi fosse perfettamente in grado di fermarsi, quindi la situazione è parecchio complessa. Sono curiosa di vedere come andrà avanti la cosa mi , nonostante queste puntate non mi stiano piacendo più di tanto.

 

Grey’s Anatomy 11×11
Mi ero sbagliata, in uno degli scorsi recap, dicendo che Shonda avrebbe probabilmente salvato il bambino di April e Jackson perché fino ad ora non era mai successo niente di grave ai bambini in questa serie. Mi sbagliavo a sperare in un miracolo, un po’ come ha fatto April durante questo episodio e mi sbagliavo di nuovo quando pensavo che non avrei pianto.
È stato devastante vedere i genitori del piccolo dover prendere la decisione di farlo nascere a lasciarlo morire, è stato terribile vedere come gli altri protagonisti non avessero idea di come aiutarli, ma è stato bello come Amelia sia arrivata in aiuto a tutti, dicendo che avrebbero dovuto lasciarli in pace e che accendere una candela l’aveva aiutata ad affrontare la situazione. Uno alla volta li vediamo quindi andare nella cappella dell’ospedale e accendere una candela per il piccolo Samuel, ricordando i momenti migliori degli ultimi mesi della vita di April e Jackson. Grande recitazione dei due attori che rendono le scene con loro protagonisti davvero strazianti e, nonostante sia stato davvero un episodio difficile, complimenti a Shonda per aver scritto questa storyline. Mi si è stretto il cuore a vedere Amelia affrontare questa situazione, dopo la tragedia che l’aveva colpita e di cui nessuno all’ospedale è a conoscenza. Quando nella cappella e seduta con Owen e gli dice: ”Mio figlio è vissuto per 43 minuti” sono scoppiata. Bocciata totalmente in questo episodio Meredith, che sembra fregarsene del tutto di cosa stanno affrontando i suoi amici e pensa solo a cercare qualcuno che possa tenergli i bambini mentre lei corre da Derek per del, e qui cito, “sesso d’emergenza”. Spero che April e Jackson possano trovare un po’ di pace nelle prossime puntate e magari un po’ di felciità, perché se la meritano davvero.

 

How To Get Away With Murder 1×12
Applauso per Shonda e per Viola Davis signore e signori! Questa puntata mi ha tenuta sulle spine per 40 e passa minuti e gli ultimi 5 la mia mascella era più o meno ad altezza caviglie. L’episodio è stato meraviglioso e dannatamente intenso. Dopo aver trovato il corpo di Sam, Hannah, sua sorella, in preda ad un attacco isterico, accusa Annalise di aver ucciso il marito. Quando la polizia non l’arresta, Hannah trova il modo di far comunque perquisire la casa.
I ragazzi nel frattempo sono sempre più in ansia e vivono ogni giorno con la paura di essere scoperti ed arrestati. Connor e Michaela sono i più scettici sull’affidare la propria libertà ad Annalise e anche Wes e Laurel iniziano a crollare. Rebecca mi lascia sempre più perplessa, perché semplicemente troppo calma. Non è possibile non avere nessuna reazione a quello che sta succedendo. Durante la scena della perquisizione ero sul divano con il fiato sospeso aspettando che trovassero qualcosa, qualunque cosa che incriminasse Annalise o i ragazzi, invece tutto procede per il meglio. Quando la polizia trova un anello mi sono detta: “Ecco, è finita, hanno trovato l’anello di Michaela” e invece questo show mi ha stupita di nuovo. Negli ultimi minuti infatti, vediamo che ad essere arrestato e portato in centrale è Nate, l’amante di Annalise, incriminato a causa della prove che Frank e Annalise hanno lasciato in giro. Non so se Nate sia a conoscenza di tutto o quale sia il piano per scagionarlo, ma spero non lo lascino a marcire in prigione, perché non se lo merita. In attesa di vedere la prossima puntata, cercherò di capire cosa sia successo al vecchio inquilino della casa di Wes, che sto iniziando a pensare abbia qualcosa a che fare con Rebecca.

 

Mi scuso di nuovo per aver postato un giorno in ritardo rispetto al solito e vi auguro buon weekend!!

Recensione: I’ll give you the sun di Jandy Nelson

Negli ultimi anni ho notato di essere soggetta ad un totale blocco da lettrice che si estende da metà gennaio alle prime settimane di febbraio. Non so perché succede e non ho assolutamente idea di come sistemare la cosa, ma questo 2015 è iniziato proprio con questa incapacità di leggere. Poi, all’improvviso spunta un libro che cambia le carte in tavola e mi fa ripartire come un treno e quest’anno è I’ll give you the sun.

20901080
Titolo: I’ll give you the sun
Autore: Jandy Nelson
Editore: Dial Books
Disponibile in italiano: No
Goodreads

Jude and her twin brother, Noah, are incredibly close. At thirteen, isolated Noah draws constantly and is falling in love with the charismatic boy next door, while daredevil Jude cliff-dives and wears red-red lipstick and does the talking for both of them. But three years later, Jude and Noah are barely speaking. Something has happened to wreck the twins in different and dramatic ways . . . until Jude meets a cocky, broken, beautiful boy, as well as someone else—an even more unpredictable new force in her life. The early years are Noah’s story to tell. The later years are Jude’s. What the twins don’t realize is that they each have only half the story, and if they could just find their way back to one another, they’d have a chance to remake their world.

This radiant novel from the acclaimed, award-winning author of The Sky Is Everywhere will leave you breathless and teary and laughing—often all at once.

 

Vi è mai capitato di iniziare un libro e dopo poche pagine storcere il naso perché la storia non vi convince o perché i personaggi sono piatti e senza carattere, per poi arrivare ad una pagina che vi fa innamorare? A me è successo con questo romanzo.
Non avevo mai letto niente della Nelson e per una volta non avevo letto neanche una recensione (ho solo sbirciato la valutazione di alcune amiche giusto per farmi un’idea generale), quindi ho iniziato a leggere curiosa, ma senza grandi aspettative. Il libro è scritto attraverso due POV’s, quello di Noah e quello di Jude. Il ragazzo ci racconta fatti avvenuti qualche anno prima rispetto al presente, narrato invece dalla sorella. Non sono una fan del doppio punto di vista, ma in questo particolare libro la scelta è azzeccata, perché ci permette di capire i due protagonisti a fondo. Altra particolarità è il tipo di scrittura della Nelson che, soprattutto nei capitoli dedicati a Noah, usa metafore volte a farci comprendere il carattere del ragazzo.

She gives of light. I give off dark. (PORTRAIT, SELF-PORTRAIT: Twins: The Flashlight and the Flashdark)

Questo libro è come una galleria d’arte, un susseguirsi di quadri e statue che ci raccontano la loro vita. Noah e Jude sono due gemelli di tredici anni quando la storia ha inizio e non potrebbero essere più diversi. Jude è solare, circondata da amiche, mentre Noah è sempre da solo e preso di mira dai ragazzi più grandi. Ma i due hanno un rapporto speciale, fatti di giochi e regole che solo loro due possono capire. Si parlano telepaticamente e si sono divisi il mondo, di cui usano parti (alberi, fiori, l’oceano, il sole) per ottenere qualcosa dall’altro. Crescendo, però, cambia sempre qualcosa e la gelosia, la sensazione di non essere accettati, la paura per un futuro ancora sconosciuto, sono emozioni che i due non avevano ancora conosciuto. E sono queste nuove emozioni che portano entrambi a commettere errori che andranno a influenzare altre persone e, a volte, a creare danni irreparabili.
Non so dirvi chi mi ha fatta emozionare di più o chi proprio non mi è piaciuto, perché in questo libro tutti sono umani e quindi imperfetti. Ognuno dei personaggi ha commesso errori e ognuno ha creato meraviglie.

Jude, per esempio, iniziamo a conoscerla davvero solo quando è lei a raccontare. Prima la potevamo percepire solo attraverso gli occhi del fratello. La ragazza, ormai sedicenne, è superstiziosa e impaurita da ogni malattia. È una ragazza particolare, sotto la forte influenza dalla nonna, defunta da qualche anno. Parla con il fantasma della nonna e ha paura di quello di sua madre (lo giuro, non è un fantasy). Il molti la credono un po’ squilibrata, ma lei vive la vita a modo sua, tenendo una cipolla nella tasca o spandendo zucchero perché porta fortuna. Sa di aver commesso degli errori, soprattutto nei confronti del fratello e cercherà in ogni maniera di rimediare.

We exhale together, then inhale together, exhale, inhale, in and out, out and in, until not even the trees remember what happened in the woods yesterday, until Mom’s and Dad’s voices turn from mad to music, until we’re not only one age, but one complete and whole person.

Noah vive in un mondo fatto di colori e immagini, che nascono e si dipingono da sole nella sua mente. A volte quei dipinti diventano realtà, a volte rimangono nel museo privato nella sua testa. È giovane e tutto nei capitoli a lui dedicati indica incertezza, innocenza, curiosità. Vede il mondo a modo suo e l’autrice riesce con metafore e descrizioni a farlo vedere anche a noi. Noah ha sempre vissuto nell’ombra, per paura di non essere accettato e perché nessuno riusciva ad andare oltre al suo silenzio o ai suoi disegni, tranne Jude, Brian, il ragazzo dei meteoriti e sua madre. Quando la madre comunica ad entrambi i figli che potranno provare le selezioni per accedere alla scuola d’arte della zona, Noah ha finalmente qualcosa che lo in accompagna attraverso le sue giornate: il desiderio di entrare in quella scuola e dimostrare di essere qualcuno, di farsi conoscere e apprezzare attraverso la sua arte.
L’adolescenza si sa, spinge le persone a commettere gesti non voluti e Noah non ne è immune. Commette scelte sbagliate ed errori che creeranno problemi e lo porteranno a cambiare totalmente sè stesso e forse anche a perdersi un po’.

And you used to make art and like boys and talk to horses and pull the moon through the window for my birthday present.

Nei capitoli narrati da Jude, mi si stringeva il cuore a vedere Noah così cambiato, così poco magico. Non c’erano più colori e dipinti assurdi, non c’erano ritratti e non c’era più quel ragazzo che vedeva l’anima delle persone e poi la disegnava. Una persona, però, non cambia mai veramente e il carattere che mi aveva incantata piano piano riemerge, in un’esplosione improvvisa di colori e immagini che lascia tutti sbalorditi e lo porta a rimediare agli errori del passato.

I personaggi secondari mi hanno piacevolmente colpita. A partire dalla madre che spinge i suoi figli a dare il meglio per entrare nella scuola ed è sempre attenta a cosa li turba o li rende felici. È più legata a Noah e si nota, soprattutto durante la prima parte del romanzo, come le risulti difficile relazionarsi con Jude. Non capisce i suoi comportamenti e non approva le sue scelte, ma cerca più volte di migliorare il rapporto con la figlia. Il padre appare poco, forse proprio perché nella parti raccontate da Noah, che è convinto di non piacere al padre, l’uomo praticamente non esiste. Eppure, con il passare del tempo, anche il loro rapporto migliora e cresce, fino ad arrivare al punto in cui Noah decide di mentire per salvaguardare la felicità del padre, che finalmente lo apprezza per come è veramente.
Brian arriva all’improvviso nella vita di Noah, spezzando la routine che scandiva le sue giornate. È un ragazzo particolare, appassionato di meteoriti, ma campione di baseball della sua scuola, fatto che manda Noah in confusione. Un ragazzo popolare, infatti, non lo avrebbe mai preso in considerazione come invece fa Brian. È lui che sconvolge completamente il mondo di Noah, facendogli provare emozioni nuove e fino a quel momento sconosciute e sarà sempre lui uno dei maggiori rimpianti del protagonista.
Guillermo e Oscar riempiono le pagine dei capitoli narrati da Jude di gioia, divertimento e domande. Jude si chiede chi sia la donna amata da Guillermo e perché lui pianga mentre dalle sue mani nascono nuove sculture, si domanda quale sia la storia del giovane inglese che giorno dopo giorno la fa innamorare e quando Noah tornerà ad essere sè stesso.

“I gave up practically the whole world for you,” I tell him, walking through the front door of my own love story. “The sun, stars, ocean, trees, everything, I gave it all up for you.”

I’ll give you the sun è una storia d’amore, tra due persone, tra due fratelli, tra un genitore e un figlio, ma è anche una storia di perdita. Mostra che al mondo esistono persone diverse, ma non per forza sbagliate, che per essere accettati bisogna accettare sè stessi prima e che va bene perdersi ogni tanto, perché prima o poi arriverà qualcuno in grado di riportarvi sulla retta via.
All’inizio non mi aveva convinta come storia, ma piano piano si è fatta strada dentro di me e mi ha incantato, come immagino mi avrebbero incantato i disegni di Noah o le donne di sabbia di Jude. Come ogni libro può piacere o non piacere, ma sono sicura che sia degno di una possibilità.


Recensione: Novemila giorni e una sola notte di Jessica Brockmole

Ciao a tutti! Sessione finita, o almeno io ne ho decretato la fine. Mi restano quindi 10 giorni di ‘vacanza’ prima di riprendere le lezioni e sto quindi sguazzando tra i libri con la stessa gioia di un maialino nel fango.
L’ultimo letto è ‘Novemila giorni e una sola notte’ di Jessica Brockmole. Letto tutto d’un fiato, non sono sicura di rendergli giustizia con uno dei miei soliti sproloqui. L’intenzione è comunque quella di convincere chi non l’ha ancora letto ad immergersi tra le pagine di questo libro.

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Titolo: Novemila giorni e una sola notte
Titolo originale: Letters from Skye
Autore: Jessica Brockmole
Editore: Editrice Nord
Disponibile in italiano:
Goodreads

Cara figlia mia,
tu non hai segreti, ma io ti ho tenuto nascosta una parte di me. Quella parte si è messa a raschiare il muro della sua prigione. E, nel momento in cui tu sei corsa a incontrare il tuo Paul, ha cominciato a urlare di lasciarla uscire.
Avrei dovuto insegnarti come indurire il cuore; avrei dovuto dirti che una lettera non è mai soltanto una lettera. Le parole scritte su una pagina possono segnare l’anima. Se tu solo sapessi…
E invece Margaret non sa. Non sa perché Elspeth, sua madre, si sia sempre rifiutata di rispondere a qualsiasi domanda sul suo passato, limitandosi a mormorare: «Il primo volume della mia vita è esaurito», mentre gli occhi le si velavano di malinconia. Eppure adesso quel passato ha preso la forma di una lettera ingiallita, l’unica che Elspeth ha lasciato alla figlia prima di andarsene da casa, così, improvvisamente, senza neppure una parola d’addio. Una lettera che è l’appassionata dichiarazione d’amore di uno studente americano, David, a una donna di nome Sue. Una lettera che diventa, per Margaret, una sfida e una speranza: attraverso di essa, riuscirà infine a svelare i segreti della vita di sua madre e a ritrovarla?
Come fili invisibili, tirati dalla mano del tempo, le parole di David conducono Margaret sulla selvaggia isola di Skye, nell’umile casa di una giovane poetessa che, venticinque anni prima, aveva deciso di rispondere alla lettera di un ammiratore, dando inizio a una corrispondenza tanto fitta quanto sorprendente.
La portano a scoprire una donna ostinata, che ha sempre nutrito la fiamma della sua passione, che non ha mai permesso all’odio di spegnerla.
La guidano verso un uomo orgoglioso, che ha sempre seguito la voce del suo cuore, che non si è mai piegato al destino.
Le fanno scoprire un amore unico, profondo come l’oceano che divideva Elspeth e David, devastante come la tragedia che incombeva su di loro, eterno come i novemila giorni che sarebbero passati prima del loro incontro.
Salutato da critica e lettori come il libro-evento dell’anno, Novemila giorni e una sola notte è un inno struggente alla magia delle parole e alla forza di un amore così grande da superare il tempo e la lontananza. Perché se una lettera non è mai soltanto una lettera, un romanzo non è mai soltanto un romanzo. È lo specchio della nostra vita.

 

Ho sempre adorato a prescindere i libri costruiti come raccolta di lettere, ma questo ha qualcosa di più.

È la storia di un amore. Un amore che si sviluppa attraverso uno scambio epistolare e che vede il susseguirsi di due guerre mondiali. Che supera paure e decisioni a volte sbagliate e si riempie ogni giorno di speranza.

Il libro si svolge su due piani temporali diversi, quello di Sue e David e quello di Margaret. Il primo pieno di amore, il secondo pieno di curiosità e di domande su un passato che vorrebbe rimanere nascosto ma non può farlo.
Sue e David si conoscono grazie a un libro di poesie scritto da lei e una lettera di complimenti che lui decide di scriverle. È da quella lettera che si sviluppa un grande amore che cresce e cambia insieme ai protagonisti, condizionato soprattutto dalla Grande Guerra.
Margaret è la figlia di Sue e non ha mai scoperto nulla sul suo passato, la madre non vuole raccontarle niente. Durante la Seconda Guerra Mondiale, grazie a una serie di coincidenze, comincia a scoprire qualcosa in più. Piccoli dettagli che alimentano la sua curiosità e la portano a scrivere a parenti sconosciuti e a viaggiare alla scoperta del suo passato.

A riflettere non si sbaglia mai. È ciò che distingue gli esseri umani dagli scarafaggi.

Ho adorato Sue e Davey, pieni di incertezze, domande e paure, così reali. Per certi versi molto simili, ma allo stesso tempo diversi, uno cresciuto a Urbana, l’altra sull’isola di Skye. Ho adorato Margaret, con la sua convinzione ad andare avanti nonostante gli ostacoli. Lo zio Finlay, necessario nonostante il suo essere assente e scorbutico. E la nonna, che sembra assente, distante dalla figlia e poi dalla nipote ed invece sa e osserva tutto ed è sempre pronta per un consiglio o un aiuto.
Nel finale manca un po’ la storia di Margaret, per questo avevo pensato di non dare il voto pieno. Mentre scrivevo, invece, mi sono resa conto di quanto questo libro mi abbia conquistata. Voto pieno quindi, con la speranza che lo apprezziate quanto me.