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Recensione: 12 anni schiavo di Steve McQueen

Buongiorno a tutti! È arrivato maggio e, con lui, anche l’ultimo mese di lezione prima degli esami. Ma non sono qui per parlare dell’università, bensì del film che ho avuto l’occasione di vedere sabato sera. In realtà avevo in mente di vederne un altro ma poi, mentre ero su YouTube, ho visto il trailer del film e ho deciso che dovevo assolutamente vedere questo.

12 anni schiavo
Titolo: 12 anni schiavo
Titolo originale: 12 years a slave
Regia: Steve McQueen
Anno: 2013
Durata: 134 min
IMDB

Stati Uniti, 1841. Solomon Northup è un musicista nero e un uomo libero nello stato di New York. Ingannato da chi credeva amico, viene drogato e venduto come schiavo a un ricco proprietario del Sud agrario e schiavista. Strappato alla sua vita, alla moglie e ai suoi bambini, Solomon infila un incubo lungo dodici anni provando sulla propria pelle la crudeltà degli uomini e la tragedia della sua gente. A colpi di frusta e di padroni vigliaccamente deboli o dannatamente degeneri, Solomon avanzerà nel cuore oscuro della storia americana provando a restare vivo e a riprendersi il suo nome. In suo soccorso arriva Bass, abolizionista canadese, che metterà fine al suo incubo. Per il suo popolo ci vorranno ancora quattro anni, una guerra civile e il proclama di emancipazione di un presidente illuminato.

 

L’Oscar che questo film ha vinto, se lo merita tutto. È stato impegnativo guardarlo, emotivamente parlando. Due ore in cui tutti i miei muscoli sono rimasti tesi mentre mi immergevo sempre più nella storia. Mi piacciono molto i film drammatici, che parlano di storie vere e che affrontano tematiche “toste”: questi film mi permettono di aprire una finestra sul mondo e attraverso queste storie ho la possibilità di capire meglio quello che da qualche parte è successo.

Sono il tipo che, ogni volta che guarda un film del genere, si immedesima con i personaggi. Questo perché voglio capire le dinamiche, voglio far tesoro delle emozioni che travolgono i protagonisti. In passato ho visto altri film sulla schiavitù, ma questo in particolare mi ha toccato. Ci sono delle scene dure da digerire ma il regista non vuole porre filtri, ci racconta l’odissea di Solomon, un uomo di colore a cui la libertà è stata tolta senza motivo e per 12 lunghi anni ha dovuto sopportare il giogo della schiavitù. La sua è una delle poche storie ad avere un lieto fine, alla fine riesce a far ritorno alla sua casa e alla sua famiglia.

Mi sono commossa vedendo le scene in cui uomini e donne privi della loro libertà intonano dei canti blues. Il blues è di per sé una musica che ti arriva dritta al cuore, trasmette le emozioni di chi la canta. Ho potuto capire, anche se solo in parte, cosa loro stessero provando e devo dire che è stato straziante. Quello che mi lascia l’amaro in bocca è che questa è solo una delle tantissime tragedie che sono avvenute e che attualmente avvengono nel mondo e ogni volta che ci penso mi chiedo: come può l’uomo non imparare mai dagli errori commessi?

La durata del film è significativa e le numerose scene in cui si vedono gli schiavi frustati sono tutti espedienti per far breccia nella sfera morale dello spettatore. La drammaticità e la pesantezza del film vengono ogni tanto acquietate con delle inquadrature notturne dei paesaggi della Louisiana. Il cast, composto da volti nuovi e abitué del cinema, ha dato prova di un’efficace recitazione. Alla grande resa del film hanno contribuito anche le musiche che “cullano” le sequenze. Se non l’avete ancora visto, guardatelo perché secondo me ne vale davvero la pena.

rating 4.5
anna firma