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Recensione: Guida Galattica per gli Autostoppisti di Douglas Adams

Buongiorno! È giunta l’ora di rimboccarmi le maniche e scrivere sta benedetta recensione che rimando da troppo tempo. Per darmi una mossa settimana scorsa ho deciso che avrei pubblicato oggi, in occasione nientepocodimeno del Towel Day che ho scoperto cadere proprio il 25 maggio!
Qualcuno di voi forse ha già capito di che libro vi voglio parlare: Guida galattica per gli autostoppisti di Douglas Adams.

guida galattica per gli autostoppisti cover
Titolo: Guida galattica per gli autostoppisti
Titolo originale: The Hitch Hiker’s Guide to the Galaxy
Autore: Douglas Adams
Editore: Mondadori
Disponibile in italiano:
Goodreads

Lontano, nei dimenticati spazi non segnati sulle carte del limite estremo e poco à la page della Spirale Ovest della Galassia, c’è un piccolo e insignificante sole giallo.
A orbitare intorno a esso, alla distanza di centoquarantanove milioni di chilometri, c’è un piccolo, trascurabilissimo pianeta azzurro-verde, le cui forme di vita, discendenti dalle scimmie, sono così incredibilmente primitive che credono ancora che gli orologi da polso digitali siano una brillante invenzione…

 

Ebbene sì. Sono arrivata a scrivere questa recensione, anche se non sono ancora convinta che riuscirò a scrivere delle cose interessanti/sensate. Per il sensate poco male, sarei in linea con il libro. Per l’interessanti potrebbe essere più un problema. Ma, come mi ha insegnato la Guida Galattica, ‘Don’t panic.’.

Partiamo dal presupposto che da sola non credo mi sarei mai imbattuta in questo libro (o nel film) senza una spintarella. E qui potrei perdermi ore a raccontarvi di quanti elogi a questo libro ho sentito, quante citazioni buttate lì in ogni contesto nella speranza di incuriosirmi. Potrei raccontarvi della nonchalance con cui mi è stato mostrato il film, ben sapendo che non mi sarei fermata lì. Ma mi limiterò a parlarvi del libro, mentre cerco il coraggio di affrontare gli altri 4 volumi.

Fantastico, veniamo a noi. Questo libro è follia allo stato puro. Credo dovrò leggerlo almeno altre due o tre volte prima di cogliere tutto – ce la posso fare, eh – ma per il momento va bene così. Si tratta però, secondo me, di una follia superficiale, nel senso che se la prima impressione è quella di trovarci a un racconto completamente sensa senso, in realtà non è proprio così. O meglio, il non-sense la fa da padrone, ma in realtà la storia ha delle basi più solide.

Douglas Adams, nascondendosi dietro un mondo e dei personaggi immaginati e una discreta dose di humor (inglese) vuole però portarci a pensare al senso della vita e dell’universo. Lo fa in modo non convenzionale, ma lo fa. Anche le risposte che ci dà non sono decisamente quelle che ci aspettiamo – o che vorremmo sentirci dare – ma ci sono e ci spingono ancora di più a cercare di farci un’idea nostra, magari considerando aspetti cui prima non avevamo mai pensato.

In Guida Galattica per gli autostoppisti ci sono poi alcuni aspetti che mi hanno fatto allo stesso tempo sorridere e pensare. Uno tra tutti il grande computer. Per farla breve e non spoilerare troppo, nell’astronave in cui si trovano i protagonisti troviamo un computer che risponde salutando e chidendo in cosa può essere utile se qualcuno lo chiama dicendo ‘Computer’. Ora, ai giorni nostri, la cosa ci sembra normalissima, siamo abituati a Siri/Ok Google/Cortana e quindi la cosa non ci crea problemi. Calcolate però che il libro è uscito nel 1979. Non so voi che ne pensate, ma la cosa mi è rimasta piuttosto impressa. Non stento a credere che al tempo il libro fosse fantascientifico in tutto e per tutto. Ora lo è un po’ meno…

Prima di piantarla con questi deliri, volevo spendere due parole sul mio personaggio preferito in assoluto: Marvin. Marvin è un robottino maniaco depressivo che semplicemente adoro. È così triste e abbattuto in ogni occasione che non può che fare tenerezza, oltre a far spesso ridere per come esagera le situazioni.

– Non sentirti in dovere di prestarmi un po’ di considerazione, ti prego – disse Marvin con un ronzio soffocato.
– Ma come stai, robot?
– Sono molto depresso.
– Cosa ti bolle in pentola?
– Non lo so – disse Marvin. – Non uso mai le pentole.
Ford, tremando dal freddo, si accovacciò accanto al robot.
– Perché stai sdraiato a faccia in giù nella polvere? – disse.
– Perché è un ottimo modo per sentirsi ancora più disgraziati di quello che si è. Non far finta di provare desiderio di parlarmi, so che mi odii.

Piccola nota sulla traduzione. Cosciente di non parlarne mai, stavolta mi è venuto il pallino di chiedere ad una fonte di cui mi fido – e che l’ha letto sia in originale che tradotto in italiano – una delucidazione. Durante la lettura mi sono infatti ritrovata a pensare alla complessità di una traduzione piena di parole composte e inventate che hanno senso solo se unite e prese così come sono. Il verdetto è che sia stato tradotto molto bene, mantenendo il senso originale anche dei dettagli.

Un’altra cosa che era stata dimenticata era che, contro tutte le probabilità, un capodoglio era stato d’un tratto portato in vita molte miglia sopra la superficie di un pianeta alieno.
E poiché quella di stare sospese in aria non è una peculiarità delle balene, la povera creatura innocente ebbe ben poco tempo di riflettere sulla propria identità di balena, prima di accettare il fatto di non essere che un’ex-balena.
Qui di seguito riportiamo i suoi pensieri dal momento in cui la sua vita cominciò fino al momento in cui finì.
– Ah…! Cosa succede?
– Ehm, scusate, chi sono?
– Ehi?
– Perché sono qui? Qual è lo scopo della mia vita?
– Cosa intendo dire con chi sono?
– Calmati ora, controllati… oh! questa è una sensazione interessante… cos’è? È una specie di… di formicolio nel… nel… be’, immagino sia meglio cominciare a dare dei nomi alle cose, se voglio far progressi in quello che chiamerò mondo… Allora dirò che il formicolio è nello stomaco.
– Bene. Ohhh, si sta facendo molto forte. E, ehi, cos’è questo fischio che mi passa accanto a quella che chiamerò subito testa? Lo chiamerò… lo chiamerò vento! Che sia un nome adatto? Ma sì, per il momento può andare, poi gli troverò un nome migliore quando capirò a cosa serve. Dev’essere molto importante, questo vento, perché mi pare che ce ne sia un casino, qua. Ehi! Cos’è questa? Questa… la chiamerò coda, sì, coda. Ehi! La posso agitare in qua e in la! Wow!
– Wow! Che bello! Non mi pare che si ottenga gran che agitandola, ma scoprirò poi a cosa serve.
– Dunque… a questo punto sono riuscita a farmi una rappresentazione coerente delle cose, o no?
– No.
– Non importa, in fondo è eccitante dover scoprire tante cose, non vedo l’ora di scoprire altre cose, ah! sono stordita dalla voglia di scoprire…
– O dal vento?
– Ce n’è davvero moltissimo di vento, vero? E wow! Ehi! Cos’è quella cosa che mi viene incontro a tutta velocità? È così grande, uniforme, rotondeggiante che ha bisogno di un bel nome sonante come… come… come terra! Sì! Che bel nome, terra!
– Di’, saremo amici, terra?

E il resto, dopo una botta tremenda, fu silenzio.

Curiosamente, l’unica cosa che pensò il vaso di petunie cadendo fu: “Oh no, non un’altra volta!” Molte persone hanno riflettuto che se noi sapessimo esattamente perché il vaso di petunie pensò così, sapremmo molte più cose sulla natura dell’universo di quante non ne sappiamo attualmente.

Dopo questa citazione – lunghetta sì, ma che porto nel cuore – non penso di dover aggiungere altro. Vi consiglio di leggerlo? Of course. Ma siate aperti e un po’ nerd, altrimenti finirà nel dimenticatoio dopo poche pagine.
Io intanto cerco il coraggio di iniziare gli altri visto che mi hanno detto che ‘Dopo aver letto i seguiti, Guida Galattica ti sembrerà avere senso.’.


kiafirma

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